E con l'estate torna la meraviglia della grande musica a Martina Franca: è il Festival della Valle d'Itria, alla sua cinquantaduesima edizione.
Nella perla tarantina del barocco, infatti, per la direzione artistica di Silvia Colasanti, al suo secondo anno nel ruolo, dal 14 luglio al 2 agosto, si è ripetuto il piccolo miracolo meridionale fatto di scelte insolite, opere poco rappresentate o proposte in versioni desuete, allestimenti coraggiosi, con il pieno coinvolgimento di un territorio che è, di per sé, spettacolo per gli occhi.
Una manifestazione bella e coraggiosa premiata da un pubblico affezionato e competente, proveniente da tutto il mondo. Come ogni anno, non abbiamo mancato di assistere, nel bel cortile interno del Palazzo Ducale, a uno degli appuntamenti più significativi e insoliti.
Scelta in salita, in questa cinquantaduesima edizione del Festival della Valle d'Itria, quella di proporre una doppia produzione. Attingendo al repertorio di primo Novecento, il ''Pulcinella'' di Igor Stravinskij e ''La Favola di Orfeo'' di Alfredo Casella, in scena, tra balletto e canto, un dittico sulll'eterno, dialogico contrasto tra amore e morte.
Immutata l'eleganza della messe in scena delle opere proposte, cifra distintiva della manifestazione culturale martinese, rinfrancata dalle scelte cromatiche sui toni del bruno e del bianco e nero, dall'essenzialità delle scene, dalla mancanza di orpelli caratterizzanti la collocazione temporale o spaziale. Una regia e delle coreografie, affidate a Jean Renshaw, bellissime nella loro essenzialità.
Si inizia con il balletto con canto in un atto "Pulcinella", su libretto di Léonide Massine, del grande compositore russo. Nella prima messa in scena, avvenuta al Théâtre de l'Opéra di Parigi nel 1920, i grandi nomi coevi - da Picasso, per le scene e i costumi a Massine, per le coreografie - rodate collaborazioni dei tempi fortuna formula dei Ballets Russes prodotti da Sergej Djagilev nel triennio 1910-1913.
A partire dalla richiesta di adattare una composizione settecentesca di Giovanni Battista Pergolesi, composizione la cui attribuzione al celebre compositore jesino è alquanto dubbia, Stravinskij compie un'operazione di traduzione-tradimento, compresa dal pubblico coevo e spiazzante per i critici. "Ciò che ho voluto fare in musica", dichiarò all'epoca, "e ciò che cerco anzitutto è la qualità del suono. Cerco anche la verità nello squilibrio degli strumenti contrariamente a ciò che si fa in quella che si chiama musica da camera, la cui base stessa è un certo equilibrio tra i diversi strumenti". Capostipite del neoclassicismo musicale, il "Pulcinella" vede la componente coreografica, infine, come costitutiva.
Al direttore d'orchestra Nicolò Umberto Foron, giovane talento genovese di nascita formatasi nelle istituzioni musicali più prestigiose d'Europa, il compito di dirigere i puntuali e appassionati virtuosi dell'Orchestra e coro del Teatro Petruzzelli di Bari.
Quanto al balletto, "la danza non illustra la partitura, ma ne è la proiezione fisica", afferma Foron. Non si nega il passato del grande balletto francese, insomma, ma si rompono gli schemi in funzione di una ricodificazione radicale. Interpreti di questa eroica fase primonovecentesca dell'arte di Tersicore, la compagnia di danza Eko Dance Project.
Quanto alle voci, di rilievo Matteo Falcier, tenore, l'Orfeo che perde la sua Euridice, la soprano Cecilia Taliano Grasso. Al basso Roberto Lorenzi il compito di dare voce al dio degli inferi Plutone, "severo ma giusto", oggi si direbbe. La bella del Pulcinella, poi driade dell'Orfeo, è stata Chiara Mogini. Belle voci attinte dall'Accademia del Belcanto ''Rodolfo Celletti'' di Martina Franca, realtà giovane e provata fucina di talenti, sono state, assieme alla Grasso, Willingered Giménez e Flavia Fioretti.
A seguire, ''La favola di Orfeo'' di Alfredo Casella, opera da camera in un atto su libretto di Corrado Pavolini, da Angelo Poliziano. Messa in scena, per la prima volta, al Teatro Goldoni di Venezia nel 1932, Orfeo rappresenta il mito musicale per eccellenza, vicenda fondante del melodramma. Primo capolavoro di Monteverdi, nel 1607 e fortunatissima opera di Gluck nel 1762.
Orfeo, sommo musico capace con la sua cetra di ammansire le belve, figlio della musa Calliope, ama riamato la ninfa Euridice. Ma tanto amore non riesce a salvare la bella che, inseguita dallo spasimante Aristeo, muore per il morso di un serpente.
Alfredo Casella, grande ammiratore di Stravinskij, rielabora la vicenda, a partire dal clima pastorale di Poliziano, imbibita di umanesimo mediceo, sino a donarle nuova forma, attuale e acuta.
Persa Euridice, Orfeo rifiuta le donne, scegliendo una casta omosessualità, ma trova la morte proprio per mano di donna, ucciso dalle baccanti in preda a furore dionisiaco. Assunto in cielo per intercessione di Apollo, il simbolo della sua arte, la lira, diverrà una costellazione. Qui il lieto fine di Gluck non trova spazio, qui la morte eterna l'amore, lasciandoci l'istantanea di un sentimento bello e impossibile, fissato al suo acme e al riparo dal deterioramento del tempo e del banale. Forse è questa la meraviglia del melodramma?
(photo Cinzia Coppolecchia)



