Nel mese di novembre il Circolo Pivot, con la collaborazione dell’Associazione Culturale Fuoriluogo di Castellana-Grotte, riprende, dopo le tre serate della passata primavera, la lettura di brani scelti dell’Iliade tratti dai Canti dal XIV al XXIV. Le letture dei brani scelti di questo classico si terranno nei saloni del Circolo Pivot, via Arco Tommaso Pinto n. 32, nei giorni 7, 14 e 20 novembre, alle ore 20:00.
Leggeranno Luciano Magno, Marisa Clori, David Romanazzi e Stefano Campanella. Con questi incontri si è inteso realizzare un’idea, forse un po’ particolare: la riscoperta dei Classici Greci a cominciare proprio dalla lettura di alcuni passi dell’Iliade di Omero.
Perché l’Iliade? Perché questo poema omerico, come già detto in occasione dei primi incontri, rappresenta il primo vagito della letteratura greca ed europea e perché tra i suoi versi si celano personaggi fuori dal tempo, più simili a noi di quanto sembrerebbe possibile.
L’Iliade è certamente il racconto epico di una guerra che vive più nella leggenda che nella storia, ma contiene in sé anche scene, sentimenti e personaggi, che non possiamo che definire eterni, cantati in maniera sublime.
Amori, paure, dolori e rabbie che animano l’Iliade non trovano spazio solo in un’epoca, ma arrivano fino a noi con lo stesso pathos di allora. Alle spalle degli eroi e semidei protagonisti emergono, inoltre, personaggi di seconda linea; ed è proprio qui che l’Iliade diventa un’opera più vera, più reale, in grado di emozionare ancora oggi. Un capolavoro fuori dal tempo.
L’essenza dei classici antichi, secondo una definizione di Massimo Cacciari, non è cronologica ma topologica: i classici “non sono epoche, ma luoghi del pensiero”. Un classico non serve il presente, ma crea un ponte tra passato e futuro. “Classico”, ha scritto Cacciari, “non è qualcosa che rimanda al passato, è qualcosa che resiste al presente. I veri classici non fuggono, sfidano e sono sempre pericolosi. Un classico è sempre eversivo, sempre trasgressivo, sempre anticonformista”.
Leggere i classici, come diceva Leopardi, è un modo di “gettare i morti in faccia ai vivi”, ma è anche “contraddire la tirannia del momento”. Lo stesso Leopardi affermò che “da Omero in poi tutto si è perfezionato, fuorché la poesia” e, prima di lui, Dante, sebbene non ne conoscesse l’opera che indirettamente e molto parzialmente, chiamò giustamente Omero “poeta sovrano”, cioè che “sta al di sopra di tutti”.


